di Martina Gatti
Ilia Malinin, pattinatore statunitense di ventun’anni, è stato il primo nella storia a completare un salto quadruplo Axel, in una competizione ufficiale, diventando il “Dio dei quadrupli”. Di anno in anno ha stabilito nuovi record mondiali svolgendo elementi tecnici rischiosi, come il backflip, il salto mortale all’indietro, consentito dal regolamento a partire dal 2024, dopo essere stato a lungo vietato.
Alle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, però, quell’immagine di perfezione si è offuscata. Malinin, durante il programma finale, ha compiuto molti errori che l’hanno portato a collocarsi all’ottavo posto, mostrando per la prima volta, davanti a un vasto pubblico, la sua vulnerabilità. I suoi errori sono stati dovuti alla pressione, alla paura di deludere le aspettative e ai pensieri che hanno preso il sopravvento. In quell’istante, Malinin non è stato più solo il “Dio dei quadrupli”, ma soprattutto un ragazzo di ventun’anni con delle paure e delle fragilità.
Il pattinatore ha condiviso apertamente le ragioni dei suoi errori, esprimendo queste parole: “Prima di mettermi nella posizione di inizio sono stato colto da moltissimi pensieri e ricordi, penso di essere stato sopraffatto. Tutta la pressione, i media ed essere in lizza per la medaglia d’oro alle Olimpiadi era molto, era troppo da gestire.”
In un mondo che ci vuole sempre perfetti e impeccabili, le sue parole sono state un atto di coraggio e di umanità, un richiamo a ricordarci che dietro ogni medaglia si trova una persona, con i suoi pensieri, le sue fragilità e vulnerabilità.
Malinin in seguito a questa “sconfitta” ha subito molte critiche e i media si sono presto riempiti di commenti severi, che descrivono la sua esibizione come un “disastro”, un “flop” o una “delusione”. Ciò che più sembra non toccarci è il fatto che la sua esibizione, le sue cadute, non sono state un disastro ma, piuttosto, il riflesso di un ragazzo come tutti. In una società che celebra soltanto i successi e condanna gli errori come “fallimenti”, spesso dimentichiamo che la fragilità non è una colpa, ma una condizione condivisa. Pretendere la perfezione significa negare la complessità emotiva che sta sotto ognuno di noi, sminuendo tutte le nostre sfaccettature, la nostra persona. Forse la bellezza dell’errore sta proprio in questo: nel ricordarci che dietro a un errore, si celano persone che sentono, che pensano, che temono e che a volte cedono, persone che non sono macchine, ma uomini e donne, con i loro pensieri e le loro fragilità.
La reazione del pubblico dimostra quanto la società di oggi abbia bisogno di robot perfetti al posto di ragazzi con un’anima. Viene richiesta e desiderata costantemente precisione, perfezione e assenza di esitazioni, quando un essere umano non è questo, bensì una persona fatta di pensieri e ricordi che possono sopraffare proprio nei momenti più decisivi. Un robot è sicuramente perfetto, non esita, non sbaglia, ma proprio per questo non potrà mai avere tante caratteristiche e qualità di noi essere umani, quali la sensibilità, l’empatia, la capacità di provare emozioni.
Forse il vero successo sta nello scendere in pista con i pensieri che vagano e l’emozione che prende il sopravvento, nell’affrontare una sfida che tanto temiamo al di là del risultato e della perfezione: questo è ciò che più conta.
A chi ha più paura che coraggio, eppure ci prova.


