di Nicola e Giuditta Formentini
Il 12 marzo, presso l’Università Unimore, la redazione di “Canossa on Air” ha avuto il privilegio di incontrare Rosaria Cascio. Oggi insegnante di Filosofia e Storia a Palermo, Rosaria Cascio è stata allieva di Don Giuseppe Puglisi e oggi dedica la sua vita a promuovere la memoria e il metodo educativo del sacerdote ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993.
“Se ognuno fa qualcosa”
“Le nostre iniziative e quelle dei volontari devono essere un segno. Non è qualcosa che può trasformare Brancaccio.
Questa è un’illusione che non possiamo permetterci.
E’ soltanto un segno per fornire altri modelli, soprattutto ai giovani. Lo facciamo per poter dire: dato che non c’è niente, noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualche cosa.
E se ognuno fa qualche cosa, allora si può fare molto…”.
Intervento di Don Giuseppe Puglisi
Chi è Don Puglisi?
Don Pino Puglisi è stato un sacerdote palermitano la cui opera ha segnato una svolta epocale nella lotta alla cultura mafiosa attraverso l’educazione. Nominato parroco nel quartiere Brancaccio nel 1990, egli comprese che la mafia non si poteva solo con le denunce e a livello giudiziario, ma sottraendo alla malavita la sua futura manovalanza: i bambini e gli adolescenti. Fondando il Centro Padre Nostro, offrì ai giovani un’alternativa concreta alla strada, insegnando loro il valore della dignità personale e della legalità vissuta come libertà. La sua “pedagogia dello sguardo” e il suo sorriso costante divennero una sfida intollerabile per i boss locali, poiché Puglisi stava scardinando il consenso sociale e il controllo territoriale su cui il potere mafioso si reggeva. In particolare, era riuscito a rompere quel “familismo pericoloso” e quella mafiosità omertosa che venivano insegnati ai giovani, giorno dopo giorno, senza libertà di scelta. Il suo martirio, avvenuto il 15 settembre 1993 per mano di Cosa Nostra, non ha spento il suo messaggio; al contrario, la sua figura è diventata un simbolo universale di resistenza civile e amore cristiano, dimostrando che l’educazione è lo strumento più potente per liberare le coscienze dall’oppressione criminale.
Dall’altra parte della cattedra: sintonizzarsi con l’adulto
L’incontro si è aperto con una provocazione rivolta ai futuri insegnanti: “Dimenticate la scuola vissuta da studenti”. Rosaria Cascio ha spiegato che entrare in classe significa passare “dall’altra parte”, un salto che richiede competenza ma, soprattutto, la capacità di essere non solo professori, ma anche punti di riferimento per i propri studenti. I giovani non cercano “amici” nei loro docenti, ma guide che sappiano sintonizzarsi sulla loro lunghezza d’onda. L’insegnamento, secondo la testimonianza della Professoressa, è un esercizio di memoria: utilizzare il proprio passato positivo come materiale da rielaborare per la modernità, e
quello negativo come monito per non ripetere gli stessi errori. Essere maestri significa stare a fianco, mantenendo quella “giusta distanza” che permette di non farsi travolgere dall’empatia sterile, ma di diventare un punto d’appoggio solido.
Il ponte del Logos e la forza delle parole
Al centro della missione educativa di Don Puglisi c’è il dialogo. Richiamando l’etimologia greca di “lògos”, Rosaria Cascio ha descritto la relazione tra insegnante e alunno come un ponte:
“Immagino un ponte evanescente che si concretizza mattone dopo mattone, grazie ad ogni parola che condividiamo. Più parole scambiamo, più quel ponte diventa solido come cemento armato, tenuto su dalle emozioni.”
Per Don Puglisi, le parole erano sacre. Amava lo studio dell’etimologia della parola come ponte tra due mondi emotivi differenti e portava la bellezza della lingua greca, ebraica e aramaica non solo ai giovani colti, ma anche ai pastori e ai contadini di Godrano. Nessuno era “troppo indietro” per ricevere perle di saggezza. Questa è la vera inclusione: non snaturare l’altro, ma valorizzarlo per ciò che è.

La bellezza come cura contro l’odio
Rosaria Cascio ha ricordato gli anni a Godrano, dove Don Puglisi si trovò di fronte a una mafia “pastorale” fatta di faide e vendette incrociate. In quel contesto di sangue, la sua risposta fu la bellezza. Portò i bambini che non avevano mai visto il mare davanti ai templi greci di Selinunte, convinto che l’arte potesse curare le ferite dell’odio. Questa “pedagogia dello sguardo” significava guardare l’altro e dargli consistenza. A Brancaccio, Don Puglisi entrò in competizione con lo sguardo dei boss. Se il mafioso guardava il bambino per “marchiarlo” come futuro soldato, Puglisi lo guardava per riconoscerlo come individuo libero. Lo faceva attraverso il gioco: imporre le linee bianche di un campo da calcio non era un atto autoritario, ma l’insegnamento che la vita ha delle regole condivise e che “il gol vale solo se lo fai dentro le regole”.
“Sì, ma verso dove?”: La scelta quotidiana e la lezione di Viktor Frankl
L’eredità più profonda lasciata da Don Puglisi ai suoi giovani è racchiusa in una domanda che non ammette
risposte statiche: “Sì, ma verso dove?”. Rosaria Cascio ha spiegato che il “Sì” è l’accettazione consapevole della vita, ma è il “Verso dove” a trasformare l’esistenza in un progetto. Questo approccio affonda le radici nella logoterapia di Viktor Frankl, lo psichiatra sopravvissuto ai lager che teorizzò la “terapia del senso”. Frankl scriveva:
“Ciò che l’uomo vuole veramente non è la felicità, ma un motivo per essere felici.”
Proprio come Viktor Frankl aiutava i prigionieri a trovare un senso anche nel gelo dei campi di sterminio, Don Puglisi insegnava ai ragazzi di Brancaccio e Godrano che la libertà non è assenza di vincoli, ma la capacità di scegliere uno scopo che dia dignità alle proprie azioni. Decidere di studiare invece di lasciarsi andare, o scegliere una professione non come mero guadagno ma come vocazione al servizio degli altri, significa non essere “amebe” trascinate dalla corrente, ma viandanti con una meta. La pedagogia di Puglisi ci sfida a rinnovare ogni giorno questa scelta: la vita non ci chiede solo di esserci, ma di rispondere ogni mattina alla domanda sulla nostra direzione, perché è solo nel “verso dove” che l’uomo trova la forza di resistere alla degradazione e alla violenza.
In questo sito si potranno trovare tutte le foto e le testimonianze che ricordano Don Puglisi e costruiscono, giorno dopo giorno, una memoria atta a promuovere la legalità e la solidarietà reciproca. https://www.simaversodove.org/
“Prassi Pedagogiche Positive”: Scardinare la Mafiosità con l’Esempio
Nel suo ultimo saggio,“Prassi pedagogiche positive – La pedagogia dell’esempio”, Rosaria Cascio compie un’operazione fondamentale distinguendo nettamente la mafia, intesa come struttura criminale, dalla mafiosità, ovvero quel sistema culturale e mentale che ne costituisce il terreno fertile. Se la prima si combatte nelle aule di tribunale, la seconda si sconfigge solo attraverso un’educazione capace di scardinare il familismo amorale e la violenza tramandata capillarmente tra le mura domestiche. Un punto cruciale dell’analisi della professoressa riguarda il ruolo delle donne all’interno delle famiglie mafiose, le quali si fanno spesso “Vestali” dell’ideologia criminale. In quanto custodi del fuoco dell’odio, spetta a loro trasmettere ai figli il valore della vendetta, il disprezzo per lo Stato e un senso di appartenenza esclusivo al clan,
portando avanti un’educazione al “sangue” che inizia fin dalla culla.
“Per lungo tempo si sono confuse la mafia e la mentalità mafiosa, la mafia come organizzazione illegale e la mafia come semplice modo di essere. Quale errore! Si può benissimo avere una mentalità mafiosa senza essere un criminale…. Gli uomini d’onore non sono né diabolici né schizofrenici. Non ucciderebbero padre e madre per qualche grammo di eroina. Sono uomini come noi. La tendenza del mondo occidentale, europeo in particolare, è quella di esorcizzare il male proiettandolo su etnie e su comportamenti che ci appaiono diversi dai nostri. Ma se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia.”. Falcone G., Cose di Cosa Nostra, Rizzoli, Milano, 1991
In questo scenario, la figura di Don Puglisi emerge come un dirompente “sabotatore” pedagogico, il cui obiettivo non era semplicemente la denuncia dei boss, ma il sottrarre i giovani a un destino che appariva già scritto. Egli scardinava la logica del privilegio mafioso attraverso una forma di autorevolezza fondata sul servizio, diventando un modello opposto a quello autoritario del boss. Non imponeva il comando con la paura, ma incarnava i valori che proponeva vivendo in prima persona ogni sacrificio e ogni gesto altruistico in virtù di educatore e esempio costante per i ragazzi. Questa testimonianza incrollabile trasformava la percezione stessa della legalità: la regola non era più vista come un limite imposto dall’alto, ma come la condizione necessaria per la
libertà e il divertimento di tutti, proprio come le linee bianche di un campo da calcio che permettono al gioco di esistere. Sostituendo il concetto di “clan” con quello di “comunità”, la pedagogia dello sguardo di Don Pino restituiva ai bambini di Brancaccio una tridimensionalità umana che il familismo mafioso cercava di negare. Guardandoli negli occhi con dignità e rispetto, egli trasformava potenziali soldati della malavita in individui liberi, capaci finalmente di pensare con la propria testa e di trovare il coraggio di dire di no.
“Il discorso pedagogico credo che possa essere fatto a quella età in modo più efficace, l’azione per aiutare il bambino il ragazzo, l’adolescente e forse anche il giovane ad avere un senso della sua dignità, a capire il senso della sua vita da un punto di vista dell’uomo, a capire perché esiste, perché c’è, non facendo dei discorsi filosofici o psico-pedagogici perché il bambino di quelle famiglie non li capirà, il vedere che due adulti qui si trattano con rispetto, che sono in sintonia tra di loro, e questo logicamente dà a loro la possibilità di vedere le cose in modo diverso, il fatto di vedere che anche nel gioco ci sono delle regole da seguire, che non è giusto barare, non è bello barare perché alla fine ci si perde come stima dagli altri e quindi come consenso, mentre nell’altro ambiente chi bara ha più consenso”
Puglisi G., Registrazione audio-fonica dell’incontro al Centro Padre Nostro, “Chiesa e mafia: la cultura del servizio e dell’amore contro la cultura del malaffare”, 18/02/1993, Archivio diocesano “P. Giuseppe Puglisi”

