di Ludovico Santini

In occasione del circuito OFF di Fotografia Europea, a Reggio Emilia, in via Angelo Secchi 11, abbiamo incontrato il nostro professore di arte, Emanuele Ghisi, tra gli autori della mostra Riaffiorano. Echi del quotidiano, un progetto che affronta alcuni dei temi più complessi e radicati nella società contemporanea.
L’esposizione, a cura di Francesca Valli e promossa da “Laboratorio Refoto Concettuale”, vede la partecipazione degli artisti Francesca Valli, Emanuele Ghisi e Letizia Ferrarini. Inaugurata sabato 2 maggio alle ore 17:16, la mostra è visitabile sabato 2 maggio dalle 16 alle 24, domenica 3 maggio dalle 10 alle 22 e, nei fine settimana, dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 22.
Il progetto nasce da una riflessione sui “fantasmi del quotidiano”: tabù e convinzioni ancora presenti nella nostra società. Tra questi emergono la figura della donna intesa come possesso, la madre ridotta a stereotipo, la difficoltà di affrontare serenamente la morte e la vecchiaia, la giovinezza osservata senza coglierne la complessità e il timore per il futuro. Presenze persistenti che influenzano il modo in cui viviamo e ci rappresentiamo, rendendo difficile un reale cambiamento. Le opere in mostra cercano proprio di rendere visibili questi “fantasmi”, offrendo sguardi diversi su ciò che continua a condizionare il nostro presente.
Professorе, perché ha scelto di lavorare proprio sul tema della morte?
«La morte è da sempre un tabù. Anche solo nominarla mette a disagio: si evita l’argomento, si fanno gesti scaramantici. Eppure è una realtà inevitabile, su cui vale la pena riflettere. In passato, ad esempio, alcune persone avevano paura perfino di dormire sdraiate, perché il sonno veniva associato a uno stato simile alla morte. Oggi certe paure non sono più esplicite, ma restano dentro di noi».
Esiste, secondo lei, una risposta a cosa sia la morte?
«No, e forse è proprio questo il punto. Più studi, più ti informi, più perdi certezze. Non trovi risposte definitive, ma accumuli dubbi.
L’artista mette a confronto diverse visioni: quella religiosa, che interpreta la morte come passaggio o rinascita; quella scientifica, che la considera la fine del corpo biologico; e una terza prospettiva più enigmatica, legata alle esperienze di pre-morte. Nessuna, però, viene proposta come verità assoluta.
Come si traduce questa riflessione nelle sue opere?
«Ho realizzato tre immagini in cui non si vede nulla di definito: solo forme e colori. Non rappresentano qualcosa di preciso, perché devono essere interpretate da chi guarda».
Il riferimento è all’arte concettuale contemporanea, in cui il significato non è imposto dall’artista ma costruito dallo spettatore:
«Non sono io a dover spiegare l’opera. Siete voi che dovete darle un senso».
Nelle sue immagini compare spesso l’occhio: che significato ha?
«L’occhio è il simbolo della visione. Ma non si tratta solo di vedere con lo sguardo: bisogna usare quello che chiamo “l’occhio dell’anima”, cioè la capacità di immaginare ciò che è invisibile».
Nel tentativo di rappresentare la morte, lo spettatore finisce però per vedere se stesso:
«Più cerchi di dare una risposta a questo enigma, più vedi una proiezione di te stesso. Non stai guardando la morte, ma la vita».
Quindi il tabù si supera?
«Sì, nel momento in cui capisci che ciò che stai osservando è un riflesso di te. A quel punto il tabù cade».
A differenza delle rappresentazioni tradizionali dell’aldilà, che offrivano immagini definite di paradiso e inferno, questa ricerca propone una visione contemporanea fondata sull’incertezza:
«Oggi non cerco di dare certezze, ma di suggerire dubbi».
Anche la disposizione delle opere sembra aperta a più interpretazioni
«Esatto. Non esiste una direzione obbligata: puoi leggerle dall’oscurità alla luce o viceversa. Il senso lo costruisce chi guarda».
Ha lavorato anche ad altri progetti in mostra?
«Sì, parallelamente ho collaborato a un progetto sul tema dell’identità e del tempo».
In una delle opere, una donna osserva una fotografia di sé più giovane: le due immagini sembrano quasi coincidere, mettendo in discussione il concetto di cambiamento.
«Non esiste una separazione netta tra ciò che eravamo e ciò che siamo. Siamo entrambe le cose».
Come nasce una sua fotografia?
«Parto sempre da un tema, lo studio e cerco di visualizzarlo mentalmente. Faccio qualche prova, poi passo alla realizzazione vera e propria, curando luce e composizione».
Un’arte che invita a pensare
Riaffiorano. Echi del quotidiano propone un approccio chiaro: di fronte a temi complessi come la morte, il tempo e l’identità, l’arte non offre risposte definitive, ma apre spazi di riflessione.
Ed è proprio in questa incertezza che risiede la sua forza: rendere visibili i “fantasmi” che abitano il nostro quotidiano e spingerci a guardarli davvero.


