di Valentina Vignali
Il “Monopoly” è oggi uno dei giochi da tavolo più famosi e diffusi al mondo, simbolo di strategia, affari e competizione. Tuttavia, la sua storia non è fatta solo di divertimento.
Pochi sanno che, in Italia, il gioco subì modifiche profonde a causa del contesto politico del tempo, arrivando persino a essere “censurato” per motivi linguistici e ideologici.
Nel 1935, in pieno periodo fascista, il gioco arrivò anche in Italia mantenendo il nome originale “Monopoly”. Ma le leggi sull’autarchia linguistica, promosse dal regime, vietavano l’uso di parole straniere, considerate un’influenza negativa sulla cultura nazionale.
Per questo motivo, il titolo venne rapidamente adattato: la “y” finale scomparve e il gioco divenne Monòpoli, con l’accento sulla prima “o”, richiamando anche il nome della città pugliese.
Le modifiche, però, non si limitarono al titolo, anche i contenuti del gioco furono trasformati per adeguarsi all’ideologia del regime.
Le caselle originali, ispirate alle strade di Atlantic City, come la celebre “Boardwal”, vennero sostituite con nomi italiani. Nacquero così vie e piazze che riflettevano sia la geografia nazionale sia la propaganda dell’epoca, come “Via Roma” e
“Corso Impero”, ma anche “Via del Fascio” e “Largo Littorio”.

Questi cambiamenti non erano casuali, ma rispondevano alla volontà di rafforzare l’identità nazionale e celebrare i valori del
regime anche attraverso un semplice gioco da tavolo.
Questo episodio dimostra come persino un oggetto di svago possa diventare uno strumento influenzato dalla politica e dalla cultura del proprio tempo.
La storia di “Monopoli” in Italia è quindi un esempio curioso, ma significativo, di come il potere possa intervenire nella vita
quotidiana, modificando anche ciò che sembra più neutro e universale.
Quindi, dietro un gioco apparentemente semplice come il “Monopoly” si nasconde una vicenda storica interessante, che ci ricorda come cultura, lingua e politica siano spesso più intrecciate di quanto si possa pensare.


