Una Gaza senza assedio: la letteratura palestinese si fa resistenza

Leggete queste poesie non solo con gli occhi, ma con l’anima. Ascoltate la loro musica, il loro ritmo sottile. Che siano per voi un ponte verso la comprensione, un inno alla dignità, e un ricordo che la bellezza, anche nelle situazioni più difficili, può ancora fiorire.

Nabil Bey Salameh 

di Giuditta Formentini

La conferenza del 19 gennaio ha trasformato la nostra scuola in uno spazio di ascolto e scoperta: un viaggio dentro la letteratura palestinese, dove le parole diventano memoria, identità e racconto di un’esperienza dolorosa. Attraverso le opere di autori come Ghassan Kanafani, l’incontro ha mostrato come la narrazione possa evidenziare storie, sensibilità e prospettive spesso poco conosciute, offrendo strumenti per comprendere meglio l’attualità. A dialogare con studenti e docenti sono stati due importanti intellettuali. Il professor Wasim Dahmash, accademico palestinese nato in Siria nel 1948, ha militato nella NAP (Resistenza Palestinese organizzata) fino al 1993 e da oltre cinquant’anni vive in Italia, dove ha insegnato dialettologia araba e letteratura araba nelle università di Roma e Cagliari. Bassam Saleh, giornalista attivo tra Italia e mondo arabo, collabora con diverse testate e con Contropiano; è mediatore interculturale, attivista e responsabile dell’associazione Amici dei Prigionieri Palestinesi.

Noi lassù costruiamo una seconda città, medici senza pazienti né sangue, insegnanti senza aule gremite e urla agli studenti, nuove famiglie senza dolori né tristezza, e giornalisti che fotografano il paradiso, e poeti che scrivono sull’amore eterno, tutti da Gaza, tutti. Nel paradiso c’è una nuova Gaza che si sta formando ora, senza assedio.

Heba Abu Nada

Quando la parola diventa casa 

Avevo otto anni quando ho letto "libertà" in un libro. L'ho cercata nei dizionari, ma non ne ho capito il significato. Non l'ho vista nel blu del cielo, come dicevano, la libertà per cui moriamo non l'abbiamo mai sentita. 
Haidar al-Ghazali 

Nella storia palestinese, la letteratura e la poesia non sono soltanto forme artistiche, ma strumenti essenziali di resistenza e di ricostruzione identitaria. Dopo la Nakba del 1948 – la “catastrofe” che portò alla distruzione di centinaia di villaggi, all’esodo forzato di circa 700.000 palestinesi e alla dispersione di un intero popolo – il rischio era quello di un vuoto culturale e di un ripiegamento tribale. In questo contesto, la produzione letteraria ha agito come un vero “codice di riconoscimento”, capace di mantenere coesa una comunità frammentata. Se inizialmente prevalevano il lamento per la terra perduta e la ripetizione di motivi tradizionali, dagli anni Cinquanta una nuova generazione di scrittori ha assunto il compito di guidare la rinascita nazionale, riallacciando il popolo palestinese alla sua lunga storia letteraria e al legame profondo con la propria terra. Così, la parola è diventata uno spazio di resistenza, memoria e ricostruzione collettiva.

La nascita e la funzione della “Letteratura della Resistenza” palestinese

La patria non è una valigia da riempire o svuotare. La patria è dignità. 
da “Ritorno a Haifa”, di Ghassan Kanafani

La “Letteratura della Resistenza”, teorizzata da figure come Ghassan Kanafani, rappresenta uno dei pilastri culturali attraverso cui il popolo palestinese ha denunciato l’oppressione, custodito la memoria e alimentato la mobilitazione collettiva. Kanafani, tra i più influenti autori del Novecento arabo, ha espresso con forza la necessità della rivolta in opere come “Uomini sotto il sole”, la cui domanda finale — “Perché non avete bussato alle pareti del sistema?” — è divenuta un simbolo dell’urgenza di non accettare passivamente il proprio destino. Accanto a lui, Mahmoud Darwish, poeta di respiro universale, ha trasformato la lingua in un territorio di appartenenza, affermando che i palestinesi possiedono un vero e proprio “paese di parole”, capace di rendere la loro causa comprensibile e condivisibile nel mondo. 

Questa produzione letteraria svolge anche un ruolo decisivo nel contrastare la cancellazione storica. Attraverso la poesia e la narrativa, gli autori palestinesi rivendicano la continuità della propria presenza sulla terra, opponendosi ai tentativi di creare una “finzione” che elimini o distorca la loro storia. Scrivere di città antiche come Gerico, o ricordare che la regione fu culla di alcune delle prime forme di scrittura (circa tra il 1800 e il 1500 a.C., in un regione particolare della Palestina) significa riaffermare che la storia palestinese è intrecciata in modo indissolubile con quella del Mediterraneo e della civiltà umana. In questo modo, la parola diventa non solo denuncia e resistenza, ma anche un atto di preservazione storica, capace di rendere impossibile la cancellazione definitiva di un popolo e della sua memoria. 

La nuova generazione letteraria palestinese: creatività sotto assedio

Se devo morire, 

che porti speranza, 

che sia una storia 

Refaat Alareer

La nuova generazione di scrittori palestinesi è composta in larga parte da giovani tra i 20 e i 22 anni, un dato sorprendente se confrontato con la maturità e la profondità delle loro opere. Molti di loro vivono a Gaza e scrivono in condizioni estreme, spesso durante i bombardamenti, trasformando l’urgenza del presente in una voce narrativa intensa e profondamente umana. Prediligono forme come il diario e la poesia, che permettono di dare forma immediata all’esperienza della guerra e di convertirla in racconto intimo, collettivo e universale. 

Le loro opere non sono semplici lamenti, ma testimonianze dirette del quotidiano, attraversate da una forte “voglia di vivere” e da un profondo attaccamento alla terra e all’identità palestinese. In questo senso, la scrittura diventa per loro una vera forma di resistenza culturale, un modo per affermare la propria presenza e la propria umanità in un contesto che tenta costantemente di cancellarle.

Così, questi giovanissimi autori rinnovano la tradizione palestinese che vede nella poesia una delle sue espressioni più alte, dimostrando una sorprendente capacità di trasformare il trauma immediato della guerra in letteratura. 

Il loro grido è la mia voce: una raccolta poetica consigliata dalla redazione

Il loro grido è la mia voce è una raccolta poetica che riunisce testi di giovani autori palestinesi, per lo più ventenni, che usano la scrittura come spazio di libertà in un contesto che la nega quotidianamente. Il libro alterna versi delicati a poesie molto crude, in cui compaiono sangue, ferite, corpi colpiti e bombardamenti, restituendo senza filtri la realtà vissuta dagli autori. È un’opera che non cerca di attenuare l’orrore, ma di trasformarlo in parola, offrendo al lettore un accesso diretto e autentico alla loro esperienza e alla loro ricerca ostinata di libertà. 

Propongo, qui di seguito, alcuni componimenti, tratti dal libro sopra citato, che mi hanno colpito in modo particolare.

La bambina il cui padre è stato ucciso 

mentre portava un sacco di farina 

sulla schiena 

continuerà a gustare 

il sangue di suo padre 

in ogni pane. 

Haidar al-Ghazali


La notte della città è buia, tranne che per il bagliore dei razzi, 

silenziosa tranne che per il suono dei bombardamenti, 

spaventosa tranne che per la serenità della preghiera, 

nera tranne che per la luce dei martiri. 

Buonanotte, Gaza. 

Heba Abu Nada
Gli occhi si incontrano pieni di amore 

lo rido, tu ridi 

Ci abbracciamo 

Abbiamo dimenticato le tragedie e tutte le prigioni 

Abbiamo dimenticato il tempo e ciò che era 

Abbiamo dimenticato la mia carcerazione 

E la catena del luogo

Abbiamo pianto un po', riso molto 

Abbiamo sfiorato i dubbi 

E tutte le emozioni 

Ma ci siamo amati 

E siamo diventati ciò che resta 

Abbiamo cantato la vita 

E abbiamo vissuto l'incontro 

E ciò che è venuto con esso 

Il mio cuore prigioniero 

Si è elevato 

Ha iniziato a liberarsi 

Come un uccello che vola 

Verso il cielo 

Ha spezzato le catene 

Ha riportato la tranquillità 

Si, ci siamo amati 

Abbiamo rimosso i confini 

Abbiamo scritto lettere per la poesia della pace 

E siamo diventati l'inno 

Siamo diventati patria.

di Dareen Tatour, da “Allucinazioni di una poetessa prigioniera condannata all’esilio”

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