di Luigi Poletì

Il 27 gennaio scorso si è celebrata la Giornata della Memoria, istituita in Italia il 20 luglio del 2000, in ricordo di tutte le vittime dello stermino compiuto dalla Germania nazista, tra la primavera del 1942 all’inverno del 1945.
La data del 27 gennaio è stata scelta proprio perché quel giorno, nel 45’, le truppe sovietiche liberarono i pochi ebrei sopravvissuti al campo di concentramento di Auschwitz.
Dopo la sconfitta della Germania nazista, furono avviati vari processi per mettere a nudo gli orrori compiuti dai nazisti. Tra questi, il più famoso è quello svoltosi a Norimberga, dove alcuni tra i più importanti sostenitori del regime di Hitler furono processati davanti al Tribunale Militare Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, e quasi tutti condannati a morte o all’ergastolo.
Questo processo non andò solo ad individuare i colpevoli principali dello sterminio, ma permise anche di ottenere un quantitativo enorme di informazioni relative al genocidio che ci permettono oggi di poterne parlare con prove concrete e di poter così smentire qualsiasi negazionista. Infatti, al processo furono presentate circa 3.000 tonnellate di materiale, nonostante i nazisti avessero provato a distruggere ogni prova dei propri crimini.
COME È POSSIBILE CHE COSÌ TANTE PERSONE SI SIANO MACCHIATE DI TALI ATROCITÀ?
A questo proposito ci possono venire in aiuto gli studi (fatti più avanti rispetto al processo) svolti dallo psicologo sociale Stanley Milgram, che analizzò come spesso le persone tendano ad eseguire le direttive date al gruppo, senza discutere o pensare a cosa queste azioni possono causare.
Questo fenomeno è detto conformismo, e può portare a compiere atti al di fuori di qualsiasi etica, solo perché lo ha detto un’autorità ritenuta affidabile e competente. L’esperimento che Milgram condusse, fu quello di ordinare ad alcuni soggetti di punire con delle scariche elettriche anche mortali, altre persone. Fu osservato come, nonostante le urla di dolore delle vittime, i carnefici continuassero ad infliggere la tortura, anche arrivando ad utilizzare le scosse fatali. Naturalmente le scariche erano finte, e le vittime erano attori preparati a fingere un dolore lancinante. Tuttavia, rimane la gravità che i soggetti sottoposti all’esperimento non avessero minimamente esitato davanti ad un ordine così crudele. In verità, già da prima degli studi di Milgram e del processo di Norimberga, si riteneva che un subordinato fosse esonerato da qualsiasi responsabilità perché agiva seguendo un ordine.
ALLORA PERCHÈ, DURANTE IL PROCESSO DI NORIMBERGA, MOLTI NAZISTI FURONO CONDANNATI NONOSTANTE AFFERMASSERO DI AVER SOLO SEGUITO LE DIRETTIVE DEI SUPERIORI?
Gli inquirenti del processo affermarono e scrissero nell’articolo 8 dello statuto di Norimberga che:
“Il fatto che l’accusato abbia agito in ossequio all’ordine del suo governo o di un superiore non lo esime da responsabilità, ma può essere preso in considerazione come circostanza attenuante, se il Tribunale accerta che ciò sia richiesto da motivi di giustizia”.
Per la prima volta fu affrontato il fenomeno della “deresponsabilizzazione”, ossia quello per cui si tenta di spostare le proprie colpe, attribuendole al sistema. Fu determinato però che il fatto di obbedire agli ordini non annulli quello che dovrebbe essere il giudizio morale del singolo, proprio perché i colpevoli dello sterminio compirono queste azioni in modo consapevole. Ad esempio, i giudici determinarono come era impossibile per gli “Einsatzgruppen” (ovvero squadroni di SS che fucilarono oltre 1 milione tra ebrei, rom e civili nell’Europa dell’est) non sapere che uccidere innocenti fosse incivile, illegale, e contro ogni genere di moralità.
Quanto detto, quel processo fu storico proprio perché si definì come l’influenza degli ordini emessi dal superiore non fosse giustificatoria di fronte ai crimini compiuti.
Purtroppo la memoria della Shoah non dovrebbe servire solo a ricordare gli eventi passati, ma ci deve far riflettere sul fatto che ancora oggi, anche nella vita quotidiana, si tende spesso a far uso della deresponsabilizzazione per non ammettere le proprie colpe: anche se in forma minore, stiamo usando le stesse identiche scuse che i nazisti attuavano in propria difesa di fronte a quei crimini mostruosi.
Perciò, se siamo davvero convinti di voler impedire che la storia si ripeta, partiamo col riflettere prima di tutto su noi stessi e sui nostri comportamenti, non abdicando mai alla nostra coscienza.

