“La città che non si vede: il mio sguardo con Partecipazione” 

di Giuditta Formentini e Nicola Formentini

In questo articolo vogliamo raccontare la nostra esperienza di volontariato presso l’associazione Partecipazione. Ogni lunedì sera, tra Piazzale Europa e Piazzale Marconi, incontriamo persone, storie e fragilità che spesso restano ai margini dello sguardo quotidiano. Questo articolo nasce dal desiderio di condividere ciò che abbiamo visto e imparato in questi mesi: la durezza della strada, ma anche le nuove relazioni che si creano collaborando, i gesti di umanità e il valore semplice e fondamentale dell’essere presenti e dell’impegno civile. 

Il valore dell’aiuto: “Partecipazione” 

Partecipazione è un’associazione di volontariato nata nel 2012, laica, apartitica e indipendente. Il suo nome non è una scelta casuale: rappresenta l’opposto dell’indifferenza, un invito esplicito a non voltarsi dall’altra parte. Partecipare, per noi, significa assumersi la responsabilità di esserci, di ascoltare, di condividere e di agire. Fin dalla sua nascita, l’associazione ha creduto che il cambiamento reale e duraturo passi non solo attraverso gesti concreti, ma anche mediante la costruzione di relazioni. Per questo i progetti di Partecipazione mirano a creare spazi di solidarietà autentica, dove chiunque possa trovare un volto amico, una parola gentile, un pasto caldo o semplicemente qualcuno disposto ad ascoltare senza giudicare. Accanto alle attività di supporto diretto, Partecipazione ha promosso negli anni numerose iniziative culturali: incontri sui diritti umani, percorsi di sensibilizzazione sulle migrazioni, momenti di approfondimento sul fenomeno delle mafie, interventi nelle scuole. Tutte occasioni pensate per alimentare consapevolezza, stimolare il pensiero critico e diffondere una cultura dell’impegno civile. Partecipazione è, in fondo, una realtà che crede nella forza delle piccole azioni quotidiane e nella possibilità di costruire, insieme, un tessuto sociale più giusto e umano. 

La nostra esperienza: Serate in Stazione 

Ogni lunedì sera, con qualsiasi condizione climatica -pioggia, freddo o caldo soffocante- ci ritroviamo puntualmente o in Piazzale Europa o in Piazzale Marconi, i due luoghi della città dove si concentra la presenza più significativa di persone senza dimora. Sono spazi che di giorno vengono attraversati da pendolari e studenti, ma che la sera dimostrano tutte le loro fragilità, solitudini e storie che spesso restano invisibili. Il progetto “Serate in Stazione”, nato nell’aprile 2013, si fonda proprio su questa presenza costante. Ogni settimana i volontari dell’associazione incontrano le persone che vivono o trascorrono la notte nella zona della stazione ferroviaria di Reggio Emilia, offrendo un punto di riferimento stabile e riconoscibile. Il nostro compito è portare cibo, bevande calde, coperte e indumenti, ma soprattutto creare un’occasione di incontro umano. Una chiacchierata, un saluto, un ascolto sincero possono trasformare una distribuzione in un momento di relazione, di dignità condivisa. A volte si ride, altre volte emergono bisogni urgenti o racconti difficili; in quei casi cerchiamo di orientare le persone verso i servizi presenti sul territorio, spiegando dove trovare un letto, una doccia o un luogo sicuro. Molte delle persone che incontriamo ogni lunedì ormai ci riconoscono. Ci salutano, scambiamo due parole e chiediamo di cosa hanno bisogno quella sera. Con il tempo abbiamo imparato a conoscere le loro storie: non solo difficoltà legate alla dipendenza o alla solitudine, ma anche momenti di umanità, dignità e resilienza, non come spesso si è portati a pensare. È questo, alla fine, l’aspetto più importante del progetto: creare relazioni che restituiscano valore e ascolto a chi spesso non ne riceve. 

Barbara e Amal 

Oltre alle attività serali in stazione, l’associazione gestisce due case di accoglienza, Barbara e Amal. I loro nomi non sono casuali: “Barbara” significa “straniera”, mentre “Amal” in arabo significa “speranza”. Due parole che raccontano bene lo spirito con cui questi spazi sono stati pensati. La seconda casa è nata nel 2015 grazie alla generosità di un privato che ha messo a disposizione un appartamento in comodato d’uso gratuito. Qui trovano ospitalità persone che hanno trascorso parte della loro vita in condizione di senza dimora e che necessitano di un luogo stabile da cui ripartire. All’interno di questi appartamenti, le persone possono ritrovare tranquillità, sostegno e continuità: elementi fondamentali per avviare un nuovo percorso, recuperare autonomia, ricostruire relazioni significative e uscire gradualmente dall’emarginazione. Le case Barbara e Amal rappresentano così non solo un tetto, ma un’opportunità concreta di riscatto e di vita dignitosa, in linea con i diritti umani. 

Quando la società civile si organizza: il valore del privato sociale 

Nel nostro percorso con Partecipazione abbiamo incontrato da vicino ciò che la teoria definisce “privato sociale”: quell’insieme di realtà associative che, pur operando con autonomia gestionale e forme organizzative proprie, orientano ogni scelta alla solidarietà e al bene comune. La riflessione su queste forme sociali nasce nel 1978, quando il privato sociale venne definito come ogni “ambito di gestione autonoma di chi vi lavora e vi partecipa, garantita pubblicamente e controllata nelle sue risorse e nei suoi esiti sociali secondo criteri stabiliti come bene comune nel momento pubblico universalistico”. Non si tratta semplicemente di un segmento del Terzo Settore, ma di una sfera relazionale che emerge dal basso, dalla capacità delle persone di auto-organizzarsi per rispondere ai bisogni sociali e culturali della comunità, mantenendo al tempo stesso una responsabilità pubblica nei confronti dei diritti di cittadinanza. In questo spazio solidale, dove motivazioni altruistiche e competenze professionali si intrecciano, ho potuto osservare come il privato sociale diventi un luogo di nascita di nuovi legami, in cui si sperimentano forme nuove di partecipazione, cura e coesione che arricchiscono l’intero tessuto sociale.

Guardare oltre le etichette: il valore delle seconde occasioni 

Nel lavoro con le persone in situazione di fragilità emerge con chiarezza un problema che attraversa tutta la società: lo stigma. Chi vive dipendenze, disturbi psichiatrici, povertà estrema o marginalità etnica viene spesso identificato solo attraverso la propria difficoltà. “Tossicodipendente”, “malato”, “rom”, “senza tetto”: parole che diventano barriere e che impediscono di vedere la persona nella sua interezza. La realtà che incontriamo ogni lunedì sera è molto diversa. Le persone che vivono ai margini non hanno bisogno di giudizi, ma di possibilità. E non solo una: spesso serve una seconda, una terza, una quarta occasione. I percorsi di risalita non sono lineari, e chi cade più volte non è meno degno di chi riesce al primo tentativo. Al contrario, porta con sé una forza e una resilienza che meritano rispetto. Nel nostro servizio lo vediamo ogni settimana. Dietro ogni fragilità c’è una storia complessa: perdite, malattie, traumi, mancanza di reti familiari, anni di precarietà. Ma c’è anche umanità, capacità di relazione, desiderio di essere riconosciuti. E questo emerge in modo evidente anche nei momenti più difficili. È capitato che scoppiasse qualche lite, talvolta anche accesa. Ma spesso sono proprio le persone senza dimora a intervenire per calmare la situazione, mettendosi davanti a noi, cercando di proteggere e mediare. Un gesto che ribalta completamente lo stereotipo del “pericoloso” o dell’“instabile”.Questi episodi ci ricordano che la fragilità non cancella il valore delle persone. Che chi vive ai margini non è solo destinatario di aiuto, ma può essere protagonista di solidarietà. E che l’inclusione sociale nasce dal riconoscimento reciproco: vedere la persona prima del problema, e costruire insieme le condizioni perché possa ritrovare dignità, autonomia e relazioni significative. 

Le realtà più dure della strada: ciò che la città non vede 

In questi mesi di volontariato ho incontrato aspetti della vita in strada che raramente emergono nel racconto pubblico. La morte, il freddo, la droga, la disperazione, la violenza e la povertà non sono concetti astratti: sono presenze quotidiane, concrete, che segnano i corpi e le storie delle persone che incontriamo ogni lunedì sera. Ho visto ragazzi giovanissimi, uomini, donne e anziani passare la notte all’aperto, senza cibo, con addosso abiti troppo leggeri per il clima, troppo magri, malati e spesso in uno stato di alterazione dovuto alla droga, alla fame o alla disperazione. Sono immagini che restano dentro, perché mostrano quanto sia fragile la linea che separa la vita dalla sopravvivenza. Eppure, accanto a tutto questo, ci sono anche momenti che raccontano un’altra faccia della strada. Come le chiacchiere con alcune persone che ormai consideriamo amici. Uno di loro, un signore con un cane di nome “Leone”, ha aperto un profilo TikTok dedicato al suo compagno a quattro zampe e si diverte a fare l’influencer. È un gesto “leggero”, che ci racconta molto: anche in condizioni difficili, il bisogno di sentirsi parte del mondo, di condividere qualcosa, di sorridere, non scompare.

Il crack: una droga nuova, rapida e devastante 

Negli ultimi mesi abbiamo visto comparire anche a Reggio Emilia il crack, una sostanza fumata derivata dalla cocaina, molto economica e capace di agire in pochi secondi. Il suo effetto è breve ma estremamente intenso, e proprio per questo porta a consumi ripetuti in poco tempo, con un rischio altissimo di dipendenza. Quando “prende male”, il crack può provocare agitazione, paranoia, perdita di controllo e comportamenti imprevedibili. Durante il servizio abbiamo incontrato persone — ragazzi, uomini, donne e anche anziani — in uno stato di forte alterazione dovuto a questa droga. Alcuni erano disorientati, altri tremavano, altri ancora apparivano spaventati e incapaci di gestire ciò che stavano vivendo, arrivando a gesti di rabbia, urla e liti. Molti erano magri, infreddoliti, senza cibo, con segni evidenti di malessere fisico e psicologico. Vedere gli effetti del crack da vicino significa comprendere quanto sia urgente offrire ascolto, presenza e percorsi di sostegno a chi ne è travolto, prima che il danno diventi ancora più grave.

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