La “psicologia” della folla

di Giulia Castoni

Spesso in radio, in televisione o sui social media sentiamo parlare di eventi che hanno coinvolto masse di persone, vere e proprie folle.

Spesso questi episodi sfociano in atti di violenza, di vandalismo e nel peggiore dei casi in ferimento di persone. Quello che viene spontaneo allora chiedersi è questo:

“Le persone possono davvero perdere il proprio pensiero critico a causa dell’effetto folla?”.

Ma andiamo per gradi. 

Innanzitutto bisogna capire cosa sia l’”effetto folla”:

si tratta di un fenomeno psicologico e sociale per cui il comportamento, le decisioni o le opinioni di una persona vengono influenzati dalla presenza o dalle azioni di molte altre persone.

In psicologia sociale, pioniere sullo studio delle folle è stato Gustave Le Bon, che descrisse i comportamenti delle masse nel suo libro La Psicologia delle Folle: le persone tendono a imitare ciò che fa la maggioranza, si sentono meno responsabili individualmente e si lasciano trascinare dalle emozioni collettive.

Le Bon descrive la folla come un’entità con una propria “anima collettiva”, che regredisce a stati primitivi così che i suoi componenti perdano il proprio pensiero critico. 

Molti altri pensatori e persino scrittori hanno ragionato sui meccanismi delle folle nelle loro opere, come per esempio Alessandro Manzoni nel suo romanzo I Promessi Sposi: dal capitolo XII fino al XIV, si svolge la sommossa a San Martino per i prezzi del pane troppo alto, l’attacco al forno delle Grucce e alla casa del vicario; in questi episodi Manzoni illustra in modo dettagliato la folla come un insieme di persone spinte dall’emotività, facilmente manipolabili, che cercano un capro espiatorio a cui dare la colpa. In breve, per l’autore, la folla non è malvagia per natura, ma è fragile e suggestionabile e quando perde la guida della ragione e della morale, diventa pericolosa.

Studi moderni invece guardano alla folla in modo più positivo, come per esempio il fisico e sociologo Dirk Helbing e il giornalista James Surowiecki.

Il primo, utilizzando una visione cauta e sistematica, spiega che le persone sono soggette a una “forza collettiva” che evita gli scontri, fatta eccezione nelle situazioni di panico, in cui il comportamento collettivo può diventare disfunzionale e troppa imitazione porta a una riduzione dell’intelligenza collettiva: in breve, Helbing reputa la folla come un sistema complesso che può essere intelligente, ma anche pericolosa, a seconda delle dinamiche di interazione.

Il secondo studioso, con visione ben più ottimista, sostiene che, in certe condizioni, il gruppo può prendere migliori decisioni rispetto alle singole persone.

Secondo Surowiecki, la massa è “intelligente” quando si presentano queste quattro condizioni: la diversità di opinioni, l’indipendenza di giudizio, la decentralizzazione e un buon meccanismo di aggregazione.

Al giorno d’oggi però bisogna far fronte a un “nuovo tipo” di folle, chiamate “digitali”, in quanto rappresentano numerosi gruppi di persone che interagiscono online (social media, forum, piattaforme) invece che in uno spazio fisico.

Sono caratterizzate da un’altissima velocità di scambi informativi, l’anonimato (relativo) e molto spesso anche da effetti di imitazione.

Tuttavia, tutti questi elementi possono portare a comportamenti estremi, che spesso si manifestano in fake news, hate speech, “shitstorm” (valanga di critiche o insulti online contro una persona, azienda o istituzione) e bolle informative (situazione in cui una persona online vede solo contenuti simili alle proprie idee, perché gli algoritmi dei social mostrano ciò che è più coerente con i suoi interessi).

Nonostante la presenza di fenomeni negativi, tuttavia nella società digitale ve ne sono di altrettanti positivi: raccolta fondi, enciclopedie collaborative e mobilitazioni civiche.

La folla, che sia digitale o fisica, rimane un fenomeno sociologico e psicologico complesso, che può avere conseguenze disastrose se deviato o fuori controllo, oppure essere uno strumento per portare innovazione, rivoluzione e cambiamento; quindi dipende tutto da noi e dalla nostra volontà di costruirci un pensiero critico in grado di guidarci a fare le scelte migliori per noi e per la massa.

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