di Nicola Formentini

La nostra scuola ha avuto il privilegio di incontrare un grande “maestro”, il Prof. Ivano Dionigi, che, in occasione della presentazione del suo nuovo libro “Magister“, ha dialogato nella mattinata del 27 gennaio con alcune quinte del nostro Istituto e nel pomeriggio, in una cornice più intima, si è offerto a un dibattito più profondo sul senso del mestiere del docente.
L’incontro con il professore Ivano Dionigi, infatti, non è stato la solita conferenza accademica, ma una di quelle rare occasioni in cui l’aula smette di essere un ufficio e diventa una polis. Grazie all’iniziativa del prof. Torrenzano, docente di diritto ed economia del nostro Istituto, ci siamo ritrovati immersi in un dialogo serrato, dove il confine tra chi insegna e chi impara si è fatto piacevolmente sottile.
Tutto è partito da una provocazione etimologica che è anche un grido d’allarme, tratto dal suo ultimo libro “Magister: la scuola oggi la fanno i ministri, non i maestri”. Dionigi ci ha invitato a guardare sotto la superficie delle parole per capire il disastro culturale e sociale in atto oggi.
Il Magister (da magis, “di più”) è colui che dovrebbe guidare la scuola, non per autorità gerarchica, ma per autorevolezza intellettuale: è chi possiede quel “di più” di sapere e di anima necessario per tracciare la rotta e formare i giovani. Al contrario, il Ministro (da minus, “meno”) è etimologicamente il servitore, colui che dovrebbe mettersi al servizio del Paese e, soprattutto, del sapere stesso.
Il dramma contemporaneo sta nel ribaltamento di questi ruoli: viviamo in un sistema dove chi dovrebbe servire la cultura (il ministro) finisce per soffocarla con la burocrazia e “il primato del ventre”, metafora del professore Dionigi, mentre chi dovrebbe esserne il faro (il maestro) viene declassato a semplice esecutore. Il Professore ci ricorda che senza maestri che guidano con il loro “di più”, la scuola smette di essere il luogo del pensiero e diventa un ingranaggio vuoto.
È un paradosso amaro quello che stiamo vivendo: una società che ignora i maestri e i dottori — chi si cura dell’anima e del corpo, secondo la famosa citazione di Giovenale “Mens sana in corpore sano” — per scivolare in un servilismo verso i “ministri” e i politici. Un Paese che non valorizza chi educa o chi cura è un Paese che ha perso la sua bussola.
Il Maestro, per Dionigi, non è un dispensatore di certezze, ma un “guaritore ferito”: qualcuno che padroneggia l’arte della domanda alla maniera “socratica” e che, pur restando colpito dalle ferite del suo tempo, aiuta gli altri a trovare il proprio senso nella vita.
Il momento più intenso del dibattito è arrivato quando con il suo intervento un alunno ha fatto riflettere l’uditorio su una riflessione riguardante l’autore latino Lucrezio e il concetto di “inane”, il vuoto. Se per Lucrezio il vuoto è ciò che permette agli atomi di muoversi, potremmo vedere la mancanza di valori di oggi non come un baratro, ma come uno spazio di passaggio? Dionigi ha accolto con entusiasmo questa “suggestione lucreziana”, definendo la nostra un’epoca di metamorfosi, in cui ogni valore o principio è messo a dura prova dal cambiamento continuo della nostra società “liquida”, per ricordare il grande sociologo Bauman. Il Professore ha, poi, aggiunto un monito: il vuoto diventa pericoloso se porta all’isolamento. La soluzione è nella comunicazione, intesa come cum-munus, ossia “mettere in comune un dono”. Senza questo scambio, resteremo solo “eremiti di massa”.
L’incontro ha trovato la sua dimensione più autentica nelle domande dirette degli studenti, i quali hanno tenuto il dibattito acceso fino alla fine della conferenza. C’era Giulio con la sua idea di una scuola-casa aperta h24, Linda che interrogava il senso del potere, e ancora Luigi, Corrado, Federico e Chiara che hanno portato sul tavolo temi caldi come l’immobilità e la paralisi sociale di questi tempi, il peso della memoria nell’era tecnologica-digitale e la cronica superficialità degli adulti.
In chiusura, il professore ha toccato un tasto dolente: l’uso che facciamo della tecnologia. Spesso abbiamo in mano strumenti potentissimi, come l’intelligenza artificiale, ma non abbiamo un obiettivo. Un supercomputer può macinare miliardi di dati, ma non può sostituire una “testa ben fatta” — per dirla alla Montaigne — capace di spirito critico. La sfida della scuola oggi è restare il luogo del “logos”, del pensiero articolato, contro la “phonè”, il grido istintivo e bestiale che domina i social e la pancia della società. Studiare serve a questo: a non essere semplici “impiegati” del sistema, ma cittadini liberi capaci di pretendere e coltivare giustizia e bellezza.

