L’anticonformismo

Un racconto che ci fa ragionare su quanto siano sciocchi i pregiudizi e su come possano influenzare la nostra spontaneità.

Oggi a scuola hanno organizzato una giornata dedicata interamente agli sport. Nella piazza c’erano stand dedicati a ogni tipo di disciplina, nuoto, calcio, pallavolo, basket, tennis, persino golf. 

Prima di lasciarci andare l’insegnante ci ha dato una sorta di mappetta con segnate tutte le posizioni dei vari stand e ci ha fatto le solite raccomandazioni. Nessuno le stava prestando molta attenzione perché tutti stavano già decidendo quali padiglioni visitare.

Per evitare di perderci ci siamo divisi in piccoli gruppetti e il mio è subito corso allo spazio dedicato al calcio. Peccato, mi sarebbe piaciuto fermarmi di più, soprattutto all’ultimo padiglione, ma gli altri non facevano altro che sbuffare e borbottare dicendo che era solo una perdita di tempo. A un certo punto Daniele deve avermi chiesto qualcosa perché mi ha scrollato la spalla con aria interrogativa.

“Che c’è?”,  gli ho chiesto

“Gli altri stanno andando. Muoviti o restiamo indietro”, disse trascinandomi via.

Mentre raggiungevamo il resto del gruppo prestai attenzione solo a metà delle parole del mio migliore amico. Una buona parte della mia testa era rimasta al padiglione della danza e a chiedersi come sarebbe stato saper fare tutti quei movimenti così meccanici sembrando così aggraziati, come quando una piuma si posa sulla superficie dell’acqua.

Quando arrivammo al padiglione del calcio gli organizzatori stavano distribuendo ai ragazzi delle casacche di vari colori dicendo che ci sarebbero servite per fare una partita dopo le spiegazioni generali. Non ricordo assolutamente niente di quello che ci hanno detto, stavo pensando a come avrei fatto a sgattaiolare via senza essere visto. Alla fine ci riuscii con la scusa di dover andare al bagno. Deviai all’ultimo per accertarmi di non essere visto dagli altri e mi incamminai verso il padiglione della danza.

Una volta arrivato mi accorsi di essere l’unico ragazzo, ma alle altre persone non sembrava importare molto, così le istruttrici ci divisero per provare qualche piccolo esercizio di base.

 Era fantastico, mi stavo divertendo tantissimo.

Dopo un’oretta circa suonò una specie di campanella che segnava la fine di tutte le attività e mi avviai verso il pullman. Appena uscii dallo stand sentii delle risatine alle mie spalle, mi girai di scatto e vidi gli altri miei compagni sghignazzare mentre guardavano il biglietto della scuola di danza che si intravedeva dalla tasca dei miei jeans. Stavo per rispondergli male quando Daniele mi convinse a lasciar perdere e ci incamminammo verso il nostro autobus. Durante il tragitto non parlammo per almeno dieci minuti e la situazione stava diventando imbarazzante.

“Che cosa ti è saltato in mente prima?”, mi chiese all’improvviso.

“Cosa scusa?”, risposi io colto alla sprovvista, perso nei miei pensieri.

“Di andartene a danza senza avvertire nessuno, mi hai fatto prendere uno spavento”.

“Che cosa avrei dovuto dirti scusa?”.

“ Non so, magari perché l’hai fatto?”.

“Che c’è di male?”,  la conversazione stava prendendo una piega un po’ strana e iniziai a sentirmi a disagio

“Niente di che … solo non ti credevo un tipo da danza”, provò a giustificarsi lui.

“E che tipo sarei scusa?”.

“Non so, solo non pensavo ti potesse piacere”.

“Non ho mai detto che mi è piaciuto”.

“E allora perché prima non volevi più andare via?”.

“Okay, ammettiamo che forse un po’ mi sia piaciuto, e con ciò?”

“Io non ho niente contro, però gli hai visti gli altri prima”

“Eccome se li ho visti”

Non capivo, che cosa c’era di male nel fatto che mi piaceva la danza? Solo perché ero un ragazzo allora dovevo automaticamente giocare a calcio o basket?

“Dico davvero, per me rimarrai sempre Diego, però pensaci a quello che fai, non voglio che gli altri poi ti prendano in giro”.

Gli altri, come se fossero loro a decidere. Come se fossero loro ad avere l’autorità per giudicare cosa fosse adatto e per chi. Perché dovevano prendermi in giro per una cosa che mi faceva stare bene? Neanche fossi un criminale.

Misi le mani in tasca e sentii il biglietto della compagnia di danza graffiarmi le nocche. No, non avrei permesso alle altre persone di controllarmi, decisi che non appena arrivato a casa mi sarei iscritto al corso di danza, anche se per farlo avrei dovuto tenerlo nascosto ai miei amici, persino a Daniele.

Per quanto lui dicesse che non faceva differenza questa mia nuova passione, si vedeva che gli non gli piaceva; non mi aveva mai fissato negli occhi da quando mi aveva visto uscire dal padiglione della danza.

Ma a me andava bene così. Non mi serviva la sua approvazione.

di Silingardi Giada 

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